Ridley Scott crea un’aspettativa altissima per il prequel di
tutti gli Alien, Prometheus. I fan più accaniti della saga sapranno che
Prometheus è il nome del relitto di astronave dove si svolge praticamente tutto
il film Alien. L’inizio del film è effettivamente interessante e di ampio
sospiro: una spedizione spaziale finanziata da un ricco filantropo viene
inviata nello spazio profondo per fare luce sulle domande che da sempre l’umanità
si pone: chi ci ha creato? Per quale scopo?
Le ambientazioni del pianeta sul quale si svolge la vicenda
sono immaginifiche e suggestive(montagne di quindicimila metri, strutture con geometrie arcaiche) e gli alieni
sono stranamente simili a noi uomini. Le sequenze claustrofobiche (se c’è Alien
c’è sempre una sequenza in cui qualcuno è braccato in un tunnel) non sono
ripetute in maniera esagerata. Eppure… l’intreccio verso la fine del film si
complica improvvisamente, lasciando troppe domande senza risposta, e non mi
riferisco a quelle più filosofiche (un’incredibile operazione chirurgica
eseguita dal paziente stesso lascia totalmente indifferenti tutti i membri dell’equipaggio).
Nonostante tutto, nessuno meglio di Ridley Scott sa come è
nato Alien, e sebbene non tutti i nodi vengano sciolti, la genesi del mostro
con la testa oblunga è quanto mai chiara.
Non cambiano i cliché riguardo i componenti della compagnia:
il robot umanoide, innamorato di Lawrence d’Arabia(Micheal Fassbender, ormai sempre
presente in grandi produzioni); l’emissario della potentissima società
finanziatrice del progetto(Charlize Therone), con scopi chiaramente mai altruisti;
Noomi Rapace, lo scienziato idealista, con una ferrea fede(alla fine del film ci
si potrebbe chiedere: “Fede in cosa?!”); il capitano dell’astronave, rude
camionista interstellare…
I presupposti per una missione tragica e spettacolare ci
sono tutti.
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