In un futuro non troppo lontano, l’uomo
ha completamente sostituito sé stesso con una nuova tecnologia, i
surrogates(surrogati robotici). Ma quando il figlio dell’inventore di questa
tecnologia viene assassinato, nonostante fosse collegato al proprio surrogato,
l’agente Greer(Bruce Willis) si assume il compito di capire come è possibile
uccidere un uomo uccidendo il suo surrogato.
Guardando il trailer del film, non si
può far a meno di pensare all’ennesima creazione cinematografica sulla
falsa(virtuale?clonata?)riga di ‘classici’ come “The Matrix” e “The Island”. Ma
“Il mondo dei replicanti” (titolo
originale “Surrogates”), seppur con meno spettacolari pretese,è un film
che fa pensare e soprattutto di grande attualità, che non si limita ad
immaginare uno scontro tra un uomo e il proprio clone, né il sopravvento delle
macchine sull’uomo, bensì la scelta dell’uomo di non mostrare più il proprio
corpo, bensì una macchina perfetta. Aldilà dell’intreccio principale, che
cerca(forse riuscendoci)di essere il meno banale possibile, la storia nella
storia, ovvero la relazione tra l’agente Greer e sua moglie, è sicuramente più
coinvolgente e carica di significato. La donna infatti è l’esempio di ‘drogata’
del proprio surrogato(così da poter nascondere il volto sfregiato durante un
incidente, mortale per il figlio) e pone il punto interrogativo su una serie di
domande: quando un oggetto causa dipendenza? Quanto è importante il proprio fisico
in una relazione affettiva? Quanto è lecito sacrificare di noi per
essere(apparire) belli?
Inoltre il film spalanca le porte alla
questione ultramillenaria dell’essere e dell’io umano: ma se io sono mente e
corpo, e controllo il mio surrogato con la mente, sono anche il mio
surrogato(allora potrei forse non essere più mente e corpo, e quindi il mio
corpo non mi apparterrebbe)?
Comunque, cari lettori, state
tranquilli, per ora sembra che dovremmo vivere per un po’ in prima persona.
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